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Perchè i soldi non fanno la felicità.

O si?

E’ più felice chi ha vinto la lotteria o chi è rimasto paralizzato in un incidente stradale?

Bah, messa giù così secondo me suona veramente male. Ma è esattamente quello che sti due tizi si sono riproposti di scoprire in uno studio. Hanno quindi preso tre gruppi di persone, 22 vincitori della lotteria, un gruppo di controllo di 22 persone e un altro gruppo di 29 vittime di incidenti automobilistici (tutti paraplegici o tetraplegici).

A questi è stato chiesto di valutare la loro felicità generale ammesso che lo si possa fare e che uno sia obiettivo nel farlo. Di studi universitari bizzarri ne esce uno ogni giorno, tipo quello che ti dice che chi beve più birra ha una maggior potenza sessuale o che se hai la uanzetta diventi più ricco o che, se per anni ti riempi i polmoni di fumo svariate volte al giorno, è possibile che i tuoi polmoni subiscano qualche danno.

Supposto quindi che abbia senso e che sia attendibile, il risultato dello studio è che non necessariamente chi ha vinto alla lotteria è più felice di chi ha subito una disgrazia. Nel complesso gli appartenenti a questo gruppo non erano più felici degli altri due gruppi.

Il succo della faccenda è che non esiste un livello assoluto di felicità.

La ruota edonistica è una teoria in base a cui… lo lascio spiegare da Wikipedia:

Hedonic adaptation is a process or mechanism that reduces the affective impact of emotional events. Generally, hedonic adaptation involves a happiness “set point”, whereby humans generally maintain a constant level of happiness throughout their lives, despite events that occur in their environment.

Insomma, secondo questa teoria, ognuno di noi ha un punto stabile di felicità a cui tende a prescindere dagli eventi. Ne sono un fan. Di questa teoria intendo. Spiega un sacco di cose. Spiega perchè conosco persone ricche mediamente infelici e poveracci che sono sempre sorridenti. Spiega i suicidi di Kobain, (Chester Bennington), Linkin Park, Chris Cornell. Le morti di Amy Whinehouse, Prince, George Michael, Michael Jackson, Whitney Houston.

Eppure siete ancora convinti che siano soldi e successo a rendervi felici. Restate della vostra opinione che se toccasse a voi sarebbe diverso, che sareste in grado di gestirla meglio. Bravi. Diventate ricchi e famosi e dimostratelo.

Siamo portati naturalmente ad abituarci agli agi e alle comodità e a non goderne conseguentemente. Non riusciamo ad accettare di vivere nell’abbondanza.

Abundance denial si chiama la teoria che lo spiega. Insomma, l’avete capito, sono ingegnere, se una cosa di buon senso ha anche una teoria che lo spiega mi sento maggiormente a mio agio.

E’ facile abituarsi. L’uomo è dotato di un forte spirito di adattamento che tanto lo aiuta di fronte alle difficoltà quanto gli impedisce di continuare a gioire dei cambiamenti positivi.

Siamo fatti male, dobbiamo accettarlo. Ma una buona consapevolezza di ciò può darci una mano a prendere decisioni meno insensate.

Perchè tutto sto pippone quindi? Per due motivi fondamentalmente.

Il primo è di dare un consiglio da vecchio saggio ai più giovani. Se sul saggio possiamo discutere, il “vecchio” è un dato oggettivo.

Primo consiglio

Fresco di università, non avevo molti strumenti per discriminare un lavoro da un altro ed il criterio che più conoscevo era quello economico. Ho quindi scelto chi mi pagava di più (ammesso che al giorno d’oggi il lusso della scelta esista ancora). Se sia stata o meno la scelta giusta nessuno può dirlo. Se lo è stata però, per usare una terminologia tecnica, mi è andata di culo.

Più spesso oggi la scelta è fra mantenere il proprio lavoro e cambiare per uno “migliore”.

Ecco, l’errore da non fare è “migliore” = “meglio retribuito”.

Oh, sgombriamo il campo da equivoci, i soldi non fanno schifo a nessuno ed è soprattutto corretto che uno venga retribuito non il meno possibile riesca ma nemmeno quanto uno pensi arbitrariamente di meritarsi. E’ il mercato a fare gli stipendi. Se una figura è richiesta, qualcuno sarà disposto a pagarla di più, se non serve, qualcuno sarà disposto a lasciarla andare. Chiaramente c’è di mezzo una variabilità che inevitabilmente caratterizza il singolo: voglia di lavorare, ammesso esista ancora, disponibilità, flessibilità, proprietà di linguaggio (non la diamo così scontata), igiene personale (idem), simpatia, cortesia, fantasia, sciatalgia, Bulgaria e insomma un bel bagaglio di soft skills.

Detto questo e riprendendo l’esempio iniziale, la morale è che non sempre l’aspetto economico è quello principale da considerare di fronte a un possibile cambio. Spesso purtroppo è L’UNICO che si tiene in considerazione.

L’ho già detto che uno deve essere retribuito il giusto? Ok allora vado avanti senza aspettarmi insulti nei commenti.

Insomma, ricordatevi che i soldi non fanno la felicità.

Ok scherzavo.

Il succo è che ai soldi ci si abitua alla svelta. Detto così sembra che io sia pieno di soldi. Facciamo così, chiedo a voi ben retribuiti ed infelici lavorativamente parlando di lasciare una testimonianza nei commenti.

Passiamo quindi al

Secondo consiglio

che è per chi qualche strumento in più per scegliere ce l’ha. Tu che hai cambiato qualche lavoro o comunque hai qualche anno di esperienza alle spalle lo sai che ci sono altri aspetti da tenere presente. L’orario, la flessibilità dello stesso, sono cose che non si monetizzano ma hanno il loro valore. Lavorare con gente piacevole, di valore, da cui imparare qualcosa. Anche questo non ha prezzo. Chi lavora con delle teste di quiz, lo sa quanto sia difficile ogni giorno recarsi in un posto dove il clima è quello tipo scena iniziale di Salvate il soldato Ryan.

“The bitterness of poor quality remains long after the sweetness of low price is forgotten” – B.Franklin

Non centra un bel nulla ma è per dire che si fa alla svelta ad abituarsi ad un aumento di stipendio, non basta una vita per accettare serenamente di svegliarsi tutte le mattine per andare in un posto in cui non vogliamo essere.

Quando ero giovane, magro, alto biondo con gli occhi azzurri, ammiravo con invidia la Nissan 200sx del mio amico Frank. Una vera macchina da rapina, un coupe 1.8 benzina con tantissimi cavalli sotto il cofano.

Per cui quando si è trattato di comprare la mia prima auto vera e propria ho optato per una Toyota Celica, una roba da vero cinghiale.

Frank mi ha sconsigliato. Consuma molto, bagagliaio poco capiente, sospensioni rigide. E’ rumorosa e non so se l’ho già detto, consuma molto.

Io chiaramente non mi sono fidato di Frank ed ho comprato una cacchio di Celica usata pagata rimborsando i miei in ticket restaurant. E Frank aveva naturalmente ragione. Ma se non ci sbatti la testa non ci credi.

Non ve ne fregherà quindi nulla del mio consiglio.

Va bene così. Se state pensando di cambiare però pensateci domattina mentre andate al lavoro e mi sorpassate sul vostro coupe (sarebbe un SUV oggi)

Sono quello sulla Yaris usata.

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